Terra del Verdicchio: la storia dei Castelli di Jesi

10
Set

Staffolo, la nostra città, ha un nome suggestivo quanto importante che affonda le sue radici nella storia. Con la riscoperta del mondo classico durante il periodo dell’umanesimo, gli eruditi del tempo attribuivano a Staffolo una derivazione toponomastica nobile e singolare. Per loro Staffolo deriva dal greco “Staphyle”, che significa uva.

Nella mitologia e nelle sue infinite leggende si racconta inoltre che Stafilo, figlio di Dioniso e Arianna, ebbe il genio di scoprire l’uva e i suoi frutti, creando così il vino. Una volta sbarcato in Italia alla foce del fiume Esino e raggiunta la sommità di un colle, qui si fermò per coltivare e dare origine alla città di Staffolo.

Anche se troviamo nelle leggende forti connotazioni con la storia del nostro territorio, l’etimologia di Staffolo è diversa e risale all’età longobarda (sec. VI - VII). “Stab” in germanico significava “bastone” o “palo di confine”, da qui il villaggio prese il nome di “Staffil” perchè posto nella frontiera storica del regno tra i territori del nord e del sud.

La tradizione vitivinicola delle Marche è pre-romana e già praticata dai Greci, che ne fondarono il capoluogo Ancona nel 387 a.C. I monaci benedettini la consolidarono in tutta la vallata del fiume Esino. Qui iniziò, all’interno dei nuclei abitativi Longobardi, la costruzione delle mura e dei bastioni dei 25 borghi che danno il nome ai Castelli di Jesi – luogo unico di produzione di uno dei più importanti vini bianchi italiani grazie al connubio secolare con il vitigno autoctono marchigiano più conosciuto: Il Verdicchio. Qui e nei colli adiacenti il vitigno, secolo dopo secolo, trovò un habitat favorevole. Sotto un sole giallo e propizio, non lontano da un profondo mare blu, non poteva che nascere un verde e nobile frutto come il Verdicchio.

Quando Roma sottrasse ai Galli il territorio che oggi corrisponde alle Marche, dopo la battaglia del Sentino del 295 a.C., cominciarono a svilupparsi diversi villaggi ed insediamenti nella Vallesina tra cui Ostra, Suasa e Cupramontana. I Romani resero Jesi un punto di riferimento già qualche decennio prima (nel 247 a.C. la istituirono come municipium), la Via Salaria Gallica collegava tra loro la Via Salaria alla Via Flaminia che attraversava proprio la città di Jesi, incrementando così lo sviluppo demografico e commerciale della città e dei territori adiacenti.

I villaggi e gli insediamenti della zona furono distrutti con la caduta dell'Impero Romano e le conseguenti invasioni barbariche nel 476 d.C.. I popoli si spostarono dalle pianure verso le sommità dei colli, zone più protette dagli attacchi dei barbari ma meno provviste di terreni coltivabili. Per prevenire nuovi invasioni, gli insediamenti costruirono mura difensive, dando vita così ai Castelli. Nuove e numerose abbazie fortificate vennero costruite, i terreni dapprima poveri vennero bonificati e ricavati ulteriormente dal disboscamento delle selve adiacenti. Un vero e proprio clima di rinascita che portò i Castelli Di Jesi ad accrescere notevolmente i propri commerci e produzioni, cultura e ricchezze.

Nel 1352, Egidio Albornoz fu incaricato dal Papa Innocenzo VI di restaurare l'autorità papale nei territori della Chiesa in Italia. Nel decennio successivo, il cardinale Albornoz avviò un progetto di fortificazione militare dello stato chiamata “la politica delle Rocche”. Edificò una serie di fortificazioni che costruirono un asse longitudinale tra le regioni dell’Emilia, Marche, Umbria e Lazio, con l’obiettivo di controllare i territori conquistati e presidiare militarmente le città più strategiche. Sorsero così grandi castelli, molti dei quali ancora ben conservati, come le rocche di Narni, Spoleto, Piediluco, Sassoferrato, Forlimpopoli e Viterbo. Non solo, molte delle costruzioni già esistenti vennero fortificate, come nel caso ad esempio di Assisi, Todi, Acquaviva Picena e Urbino.

Al cardinale Albornoz va attribuita la decisione di ricostruire le mura del castello ed il torrione circolare ancora esistente di Staffolo: il Torrione dell’Albornoz che, grazie a Fulvia Tombolini, oggi è di nostra proprietà; dalla sua unione col nome Fioretta, moglie di Giovanni, deriva il nome del nostro vino di famiglia: Castelfiora. Un grande vino che nasce appunto da una grande storia, affinato in legno e pronto ad evolvere per decadi.

I 25 comuni che risiedono nei dolci versanti collinari della Vallesina formano quindi i Castelli Di Jesi, riconosciuti oggi soprattutto per la produzione del Verdicchio. Staffolo, Cupramontana, Montecarotto sono solo alcuni degli splendidi borghi ad aver reso grande nel mondo il nome del vitigno, che trova da inizio ‘800 un posto di rilievo tra quelli della Marche centrali e successivamente in tutta Italia.

Nel 1968 il Verdicchio Dei Castelli di Jesi ottiene la D.O.C. (Denominazione di Origine Controllata); inoltre, i produttori di Staffolo potettero aggiungere l’aggettivo “Classico”, in quanto la zona era compresa nell’area dove il vitigno era storicamente coltivato da più tempo e con una qualità superiore. Doroverde è il nostro Verdicchio Dei Castelli Di Jesi DOC Classico Superiore. Da ogni Castello, un Verdicchio, con altitudini che variano tra gli 80 e i 600 metri e pendenze che controllano diversi microclimi a livello di singolo versante. Un territorio solcato da vallate perpendicolari alla costa, corridoi naturali che collegano le colline del Verdicchio Dei Castelli Di Jesi e il mare.

I 30 ettari dei nostri vigneti si trovano a 300 metri s.l.m., nel cuore della sottozona più vocata dell’area del Classico, in un anfiteatro naturale intorno alla cantina, immersi in un microclima che combina escursioni termiche continentali a brezze marine dalla costa Adriatica. Terreni che si sono formati con il ritirarsi del mare che una volta sommergeva Staffolo, tra Miocene e Pliocene inferiore. Rispetto ad altre aree della DOC di più recente formazione, presentano una percentuale molto superiore di vene calcareo-argillose a prevalenza di sabbia e arenaria (FAA2), alternate ad argille azzurre (FAA), ricchissime di carbonato di calcio, composizione primaria dei terreni di origine marina. Un suolo che spinge le radici ad affondare nel terreno, e che dissipa calore, permettendo alle uve di maturare più lentamente, mantenendo un perfetto bilanciamento tra acidità e zucchero.

Un territorio irripetibile altrove che esalta la versatilità del Verdicchio – un vitigno che può dare vini che esprimono potenza e insieme eleganza, grandissima longevità mantenendo una sorprendente freschezza solo in questi luoghi.

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